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CHIESA DI SANT’AGATA AI GIARDINI IBLEI



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  1. Dipinto di San Felice (1820, autore: ?)
  2. Statua di Sant’Antonio (sec. XVIII), il santo nell’atto di donare il pane con la mano destra al paralitico che chiede l’elemosina, sulla sinistra il bambinello e in basso un cesto di pani.
  3. Altare di San Francesco (sec. XVIII)
  4. Statua di San Paolo (sec. XVI)
  5. Dipinto di Sant’Agata (Pietro novelli, 1636) – 5/b Sant’Antonio
  6. Dipinto dell’Assunzione (Pietro Novelli, 1636)
  7. Dipinto di Santa Caterina di Alessandria (Pietro Novelli, 1636) – 7/b San Francesco
  8. Altare Maggiore (sec. XVIII)
  9. Dipinto dell’Adorazione dei Pastori (sec. XVI, autore: ?)
  10. Sacrestia (1774)
  11. Altare e Statua della Madonna – 11/b Pulpito Ligneo 1893
  12. Altare del Crocifisso – 12/b Bambinello di Praga
  13. Statua del Crocifisso (sec. XIX)
  14. Tela dell’Addolorata (sec. XIX)
  15. Dipinto di Sant’Agata (1793)
  16. Sacra famiglia (Giovanni Calabrò, 1904)

Di origini antichissime la chiesa di Sant’Agata fu una delle cinque parrocchie delle città di Ragusa fino al 1581, quando, soppressa, fu aggregata alla chiesa di San Tommaso. I frati cappuccini nel 1537 edificarono il loro primo convento sulla riva destra del torrente S. Leonardo. Nel 1603, essendo la zona piuttosto malsana per la vicinanza del fiume, decisero di abbandonarla, risalirono il colle costruendo il convento attiguo all’antica chiesetta si S. Agata che era stata messa loro a disposizione dal parroco di San Tommaso. I Padri Cappuccini la strutturarono e vi costruirono accanto il loro convento in cui lungo i secoli vissero numerosi frati che lasciarono splendidi esempi di vita religiosa francescana. Nel 1610 si trasferirono nel nuovo convento sulla collina.

Della precedente chiesetta di S. Antonio Abate, portarono con sé la pala dell’altare che venne definita “Immagine celeberrima della Natività di Nostro Signore” (11/b). La pregevole tempera su tavola con imprimitura in gesso rappresenta la Natività, è datata 1520, in basso al centro. La data si riferirebbe all’episodio ivi rappresentato: la scena di un presepe vivente che si dice fosse stato sceneggiato, ad opera di alcuni frati, in una grotta della vallata di S. Leonardo. Il dipinto è attribuito al pittore napoletano Deodato Guinaccia o qualcuno della sua scuola, il quale immortalò tale evento nella seconda metà del ‘500, ritraendo alle spalle della Vergine Maria una città che potrebbe essere la Ragusa cinquecentesca, con il colle dove sorgevano ancora a destra il Castello Chiaramontano, e ben visibili due campanili. Il campanile al centro è quello della chiesa di S. Tommaso che ancora sorgeva sull’antico sito, un po’ più arretrata rispetto dove ora sorge la chiesa di S. Giuseppe, e a sinistra il campanile dell’antica chiesa e convento di S. Francesco all’Immacolata.

Così come voleva la rigorosa regola cappuccina, la chiesa presenta una modesta facciata a campana priva di decorazioni con un piccolo campanile in alto a destra. Al centro del timpano, il simbolo francescano con le due braccia incrociate: il braccio di S. Francesco e quello di Gesù, entrambi con le mani stigmatizzate.

L’interno anch’esso è molto austero con un tetto ligneo e le capriate a vista, che si pensa non abbia subito gravi danni nel terremoto del 1693 in quanto sulla quinta trave, contando a partire dall’altare maggiore, si vede ancora la scritta fissata a fuoco dell’anno di rifacimento del tetto 1614. Gli altari furono intagliati dagli stessi Padri Cappuccini a partire dal 1666 fino all’opera più recente: il pulpito datato 1893 mentre è del 1772 il mobile custodito in sacrestia. I legni utilizzati dono legni autoctoni quali mandorlo, ciliegio e bacolare, perché i frati non potevano utilizzare materiali pregiati, quali marmi o metalli, ma soltanto materiali umili che lavoravano con la tecnica dell’intarsio creando delle pregevolissime opere d’arte.

L’opera che tuttavia caratterizza lo sguardo del visitatore è l’altare maggiore dominato dal trittico dipinto nel 1636 dal pittore siciliano Pietro Novelli, detto il Monrealese, su commissione del principe di Leonforte Nicolò Placido di Branciforte che lo regalò ai frati del tempo.

Il quadro rappresenta: il alto al centro (6), l’assunzione di Maria Vergine al cielo, tra angioletti e puttini alati, in basso, intorno al sepolcro, gli undici apostoli (mancava naturalmente Giuda Iscariota perché morto suicida). Si distinguono: in basso a destra S. Giovanni Evangelista, il più giovane, inginocchiato, con mantello rosso (era l’apostolo che amava Gesù); S. Pietro in ginocchio con abiti umili da pescatore; S. Matteo con mantello grigio chiaro (si ricordi che era un ricco esattore e poteva permettersi degli abiti dipinti); S. Tommaso, che era l’apostolo che dubitava, che riceve dalla vergine il cordone della sua Veste a testimonianza della sua Assunzione in carne ed ossa. Fra questi apostoli se ne distingue uno, posto sulla sinistra, il cui volto barbuto osserva chi guarda il quadro. È un autoritratto di Pietro Novelli, che seguì la moda del tempo, ritraendosi. Sotto il pulpito a sinistra e vicino l’altare di S. Francesco a destra, si possono ammirare tre antiche statue che appartenevano all’antica chiesa di S. Giorgio. Esse risalgono alla seconda metà del sec XIV. Le due statue a sinistra sono in pietra calcare e rappresentano: S. Lucia, riconoscibile perché senza orbite, con la palmetta, simbolo del martirio, e con un libro, simbolo della parola di Dio; S. Rosalia, con in testa la corona di rose e il lilium (da cui deriva il nome), con in mano un teschio, simbolo della penitenza, e con la stola davanti, simbolo della pazienza. La statua sulla destra rappresenta S. Paolo, con in mano l’elsa di una spada, l’arma con la quale subì la decapitazione.

All’interno della chiesa vi sono inoltre: Una statua in gesso del Bambino di Praga, posta in una bella teca sulla parete sinistra, tra il primo e il secondo altare, che Padre Fulgenzio da Lentini portò nel 1955 nella chiesa dei cappuccini insieme alla statua della Madonna delle grazie. Quadri devozionali: S. Agata con i seni sul piattino, simbolo del martirio subito, un olio su tela attribuito ad Antonio Manoli del 1790. La sacra famiglia, del 1904 e S. Franceso d’Assisi del 1906 dipinti entrambi dal pittore ragusano G. calabrò. Una tela del 1822, di autore ignoto, raffigurante la Madonna della Salute con S. Felice da Cantalice (frate francescano taumaturgo), che intercede per un infermo. Detto quadro si trovava in precedenza dove è collocata adesso la statua della Madonna delle Grazie. È per questo motivo che la Madonna messa in quella nicchia, in memoria della precedente, viene ancor oggi considerata la Madonna della Salute.

La Cripta

Sottostante il pavimento, era luogo di sepoltura e allo stesso tempo di meditazione dei PP. Cappuccini. Consta di una piccola camera quadrata, sal tetto a botte, interamente affrescata con malta bianca e le cui pareti sono interamente occupate da loculi. Nella parete frontale, interposta tra le sue pareti di nicchie, prendono posto i resti di un piccolo altare in pietra calcarea scolpita. Un tempo qui erano conservate le spoglie mummificate dei PP. Cappuccini. Per la conservazione e mummificazione dei corpi si procedeva mediante un processo di essiccamento tramite l’aspersione del corpo con nitrato di alluminio. Utilizzando dei vani, dalla particolare forma a sedile, come colatoi, sui quali venivano sistemati i cadaveri in posizione accomodata, con le braccia sistemate in apposite scalmanature; attraverso dei fori presenti nei sedili di pietra ed un sistema circolare di scolo, si provvedeva a convogliare gli umori in una grande fossa di raccolta (che a volte coincideva con l’ossario).

In una parte del convento che era adibita, fino a qualche tempo fa, a Biblioteca civica si conservavano rari libri ed incunaboli del 1500 e 1600.

Notizie sul culto del Bambino di Praga o Cristo Re Lo “Jezulatko”, così viene chiamata la statuetta del Bambino di Praga, è una statua in cera alta 45 cm, conservata e venerata su un elaborato altare in marmo, dentro una teca di vetro nella navata destra della chiesa carmelitana di Santa Maria della Vittoria (1613), nel quartiere di “Mala Strana” (= città piccola) a Praga. Suscita meraviglia per la sua perfezione e bellezza, rappresenta un bambino di circa 3 anni, che indossa dei preziosi vestitini che si alternano secondo i diversi periodi dell’anno liturgico o particolari avvenimenti internazionali; nel guardaroba ci sono più di 60 vestitini, in tessuti antichi decorati con perle e granati, oro, argento e ricamati con motivi religiosi o folcloristici dei diversi paesei da dove provengono, regalati da persone e comunità che diffondono la fama di questa statua e la devozione all’Incarnazione del Nostro Signore Gesù. La storia della statuina, plasmata da autore sconosciuto, inizia nella spagna del XVI secolo nella casa della nobildonna Maria de Lara che, sposandosi con il Boemo Vratislav di Pernstejn, portò con sé la preziosa statuina a Praga. La figlia vedova, principessa Polyxena Lobkovicz, regalò nel 1628 (gli anni di Rodolfo II, anni di intensi rapporti tra nobiltà boema e quella spagnola), la statua al convento dei Carmelitani Scalzi di Mala Strana. Vennero attribuiti alla sua intercessione molti avvenimenti positivi, numerossissime persone di tutti i gruppi sociali venivano per trovare aiuto e consolazione presso il Bambino Gesù “carmelitano” e sempre più spesso accade che le suppliche venissero esaudite in modo improvviso e straordinario. Durante la guerra dei Trent’Anni i sassoni invasero Praga e saccheggiarono il convento e la chiesa alBambino Gesù ruppero le due manine e lo buttarono dietro l’altare, tra i detriti, dove rimase dimenticato per alcuni anni. Alla prima Pentecoste del 1637 giunse a Praga, da Monaco di Baviera, il Padre Cirillo, persona di preghiera ritenuti da molti Santo e molto devoto al Bambino; il prelato, dopo affannose ricerche, ritrovò la statua nella chiesetta devastata, con grande cura rifece le manine e il “Piccolo Praghese” diventò nuovamente oggetto di devozione dei credenti. La chiesetta ricevette molti regali votivi, semplici o preziosi, ma sempre donati con amore e gratitudine e nella Pasqua del 1695 il Vescovo di Praga depose sulla testa del Bambino Gesù la corona. L’effige del Cristo Re sottolinea l’aspetto regale e divino di Dio fatto bambino. Nel 1784 il convento fu soppresso e la chiesa fu affidata all’Ordine dei Cavalieri di Malta; recentemente nel giugno del 1993, dopo la caduta del comunismo, il nuovo Vescovo di Praga, il Cardinale Miloslav Vlk, ha voluto che i Carmelitani Scalzi ritornassero in questa chiesa per ridare vigore alla devozione di Gesù Bambino e per curare e animare spiritualmente i numerosissimi gruppi di pellegrini che ogni giorno visitano questa chiesa. In Italia una basilica carmelitana dedicata la Bambino di Praga si trova ad Arenano in provincia di Genova.

La Cultura Cinquecentesca siciliana

Le componenti fondamentali della cultura siciliana verso la fine del Millecinquecento e primi del Milleseicento sono da ricercare fondamentalmente in un manierismo derivato dalla divulgazione dei modi di Polidoro da Caravaggio e di Cesare da Sesto, ambedue alleivi della scuola di Raffaello che si innesta su un gusto tradizionalmente fiammingo, rinnovato, verso la fine del secolo, dall’arrivo di Simone de Wobreck.

Pietro Novelli

Giovan Pietro Novelli (monogramma: G. P. N.) nacque a Monrelae il 2 Marzo 1603 e vi trascorse l’adolescenza sotto la guida del padre, Pietro Antonio Novelli. Dopo i 15 anni si stabilì a Palermo presso il pittore trapanese Vito Carrera e frequentò la casa del nobile Ventimiglia, matematico insigne e liberale maestro di discipline scientifiche. Qui si impadronì definitivamente della prospettiva e sella composizione architettonica. Nelle sue prime opere si ispirò al raffaellismo, in maniere così evidente da essere considerato il “Raffaello di Sicilia”. Intorno al 1623 perfezionò la sua formazione artistica sotto l’influsso della tradizione cinquecentesca isolana (Sirena, Albina, Salerno, Vito Carrera, il padre Antonio Novelli) e di alcuni maestri stranieri (Simone de Wobrek, Fondulo, Paladino). Un impulso fondamentale gli provenne anche dallo studio delle opere lasciate sull’isola da Caravaggio e, soprattutto dall’arrivo a Palermo di Anton Van Dyck nel 1624. sotto l’influenza del fiammingo Van Dycjk, che a Palermo dipinse S. Rosalia dell’oratorio del SS. Rosario, si orientò verso nuove forme, alle quali diede un’impronta personale, a partire dal 1624 si sviluppò lungo 22 anni la sua produzione artistica. Dopo un lungo viaggio a Roma e a Napoli, nel 1633 ritornò in Sicilia e, divenuto l’artista più noto e richiesto, viaggiò incessantemente da un capo all’altro dell’isola, alternando opere di pittura con disegni per architetture, fortificazioni, oreficerie, apparati effimeri. Nel 1633 il Senato di Palermo gli conferì la nomina di ingegnere e architetto. Nel 1641, nel 1644 e nel 1646 è documentata la sua presenza a Piana degli Albanesi. Nel 1643 il viceré Giovanni Alfonso Enriquez lo nominò architetto del Regno. Novelli fu uno dei pittori più rappresentativi della metà del Seicento e del suo tempo possedette il linguaggio espressivo. È possibile ordinare in periodi la sua produzione in base ad elementi stilistici estern. Nella sua aderenza alle diverse tecniche tuttavia si può distinguere il colorismo primaverile dei suoi affreschi da quello autunnale delle sue tele. Nella pittura murale, rispetto a quella su tela, spesso d’impronta più naturalistica (specie nei ritratti delle figure isolate di Santi), manifesta interessi più illustrativi d’intonazione morfologica classicheggiante tendente ad una certa enfasi barocca. Nele sue ultime opere i messi espressivi sembrano diventare più sobri. Morì il 27 agosto 4647 a seguito di una ferita subita nei giorni precedenti durante la rivolta capeggiata da Giuseppe d’Alesi. Novelli rimane vivo nelle sue opere più che nel culto dei mediocri seguaci tra i quali i figli Pietrantonio e Rosalia. I suoi numerosissimi dipinti ornano le chiese e i conventi di molti centri dell’isola e testimoniano la sua genialità e la sua instancabile attività. Citiamo “L’Assunzione” a Ragusa, “La Vocazione di Mattia” a Leonforte, gli affreschi di S. Nartino delle Scale, e il “San Benedetto che distribuisce i pani”, nel convento di Monreale, considerato il suo capolavoro.

Caravaggio

Nel 1608 Michelangelo Merisi detto il “Caravaggio”, in fuga da Malta, raggiunse Siracusa dove dipinse la Sepoltura di S. Lucia. Terminata l’opera fuggì a Messina. Qui dipinse nella chiesa dei Ministri degli Infermi, nella cappella dei signori Lazzari, la Resurrezione di Lazzaro. Nell’Agosto del 1609, da Messina si trasferì in Plermo dove fece un’altra Natività. Nel 1610 Caravaggio tornò verso Roma e in quello stesso anno muore. Benché non si possa parlare di una scuola del Caravaggio in Sicilia, data la rapidità del suo passaggio e l’estremo conservatorismo della cultura siciliana, non potè influenzare profondamente la pittura locale. Degli interessanti riflessi delle sue tele si possono notare in Filino Paladini, nell’opera del messinese Alonzo Rodriguez e del Minniti. Accenni del suo stile si possono riscontrare anche nella pittura del Novelli.

antologie stilistiche:
Roma – chiesa di Santa Maria del Popolo, “Crocifisso di S. Pietro”, opera del Caravaggio (1600 – 01)